Il quadro problematico della Riforma Fornero. Fra politica, stampa, Europa e ideologia

Possiamo sforzarci di capire la crisi e smascherarne i responsabili. Chi, in sommità, ci sta speculando, perché e con quali obiettivi. Ci mancheranno il tempo e i mezzi; e, anche ammettendo il successo finale della nostra ricerca, rimarremo spettatori impotenti, «utilizzati finali», destinatari di nuove imposte, trattenute, licenziamenti per «lo sviluppo e la competitività delle imprese».

La riforma del lavoro è una risposta del governo, e quindi dello Stato, alla crisi. È la parte creativa, costruttiva, aggiuntiva. Nel senso che, dopo i prelievi («di sangue»), le trattenute in busta paga, l’Imu e i vari rincari legati ad accise; ordinata una dieta iposodica e praticata una chirurgia radicale alla William Stewart Halsted, demolitiva, poi penetrante all’Equitalian Hospital, l’esecutivo si propone di ridare proteine e massa ai contribuenti, ai lavoratori e alle loro famiglie. Da un lato l’Amministratore pubblico leva, dall’altro riorganizza il recupero; rinviato dal Cavaliere, impegnato a smentire porcelline e accusatori, privato di un «lodo» personale di dantesca memoria. Questa la vulgata, che, diffusa giornalmente dai media, soprattutto in termini di numeri, punti percentuali e proiezioni, abbiamo imparato a memoria come il Pianto Antico del Carducci. E non solo. Consideriamo l’intero percorso – le due fasi di Monti, salvataggio e crescita – quale «diritta via» «smarrita» per le «magnifiche sorti e progressive». L’urgenza e gli aumenti della benzina, del pane, dell’iva e del caffè al bar catalizzano l’accettazione generale delle manovre.

Monti può contare su una stampa allineata, vantaggio che non aveva Berlusconi.

La destra pidiellina attende le frequenze televisive a Mediaset. Nondimeno, assapora l’libertà di licenziare come diritto-potere delle aziende: la vecchia battaglia di mister Sergio Marchionne, ad Fiat (Fabbrica investimenti americani tutelati). La sinistra sa che le amministrative contano, visto che le politiche si avvicinano.

Allora, su il Giornale di famiglia ogni volta leggiamo le acrobazie del simpatico Vittorio Feltri. Un colpo al cerchio, uno alla botte: passi il combinato disposto della ministra Fornero ma il presidente del Consiglio rammenti che «ha un collo», e qualcuno potrebbe tirarglielo, se rinsecchisce oltremodo i cedolini degli stipendiati. Mentre su Repubblica si moltiplica lo sforzo immane di giustificare il Pd, partito in maggioranza, giunto impreparato e diviso alla svolta capitalistica del Professore, impressa nel suo dna. Sì, perché Bersani e company – una volta si diceva «compagni» – per senso di «responsabilità» appoggiarono ab origine l’indefettibile governo dei tecnici. Anzi, la mossa decisiva la fece proprio il presidente Napolitano, Pd; come ricorderà il popolo in festa, ebbro davanti a Montecitorio, a Palazzo Grazioli e al Quirinale, il 12 novembre a. D. 2012.

Se non trascuriamo che Luca Cordero di Montezemolo sta per iniziare un nuovo, affascinante viaggio, non solo sul suo «Italo», comprendiamo perché convenga alla politica, e all’informazione vicina, tenersi buono il Monti; il quale, peraltro, è andato a salutare Benedetto XVI a Fiumicino, prima che questi partisse per l’America del marxismo, della rivoluzione esiliata e della bandita teologia di Frei Betto e Leonardo Boff. E c’è Casini, che, lontano dai casini, sta formando una nuova creatura. Insomma, partiti e “cipressi” si riposizionano. Cambiare tutto per non cambiare nulla.

Il punto è che c’è in ponte una riforma del lavoro che tocca milioni di elettori, i quali hanno dapprima benedetto la pasqua montiana e adesso si trovano davanti alla loro crocifissione. Il sistema pensionistico è stato cambiato speditamente, per decreto. E ci hanno raccontato il passaggio con le solite immagini della necessità impellente: gli scenari apocalittici, la mano rapace dei mercati, il giudice a Berlino, l’aspettativa trepidante dell’Europa unita e le sue prescrizioni tassative. Sicché, circa il capitolo del lavoro, la strategia operativa e di comunicazione è stata la medesima. Dipende sempre da come si pongono i problemi e le prospettive: dalle narrazioni.

Nel contesto, non può sfuggire che Mario Draghi, nonostante la contrarietà del tedesco Jürgen Stark, con altri Bce sostenitore di un ulteriore monitoraggio dell’andamento dei prezzi, ha tagliato i tassi d’interesse, oggi pari all’1%. Come si sa, la decisione è in coppia con due misure di finanziamento a lungo termine (Long term refinancing operation) di mille miliardi e dispari alle banche europee. Chi ne trarrà vantaggio e che cosa ricavi il comune cittadino è affare degli analisti e occupazione dei politici. Basta un postulato: le soluzioni vanno cercate. E condivise, rese trasparenti.

In merito alla riforma del lavoro, la condivisione è stata brevemente formale. Sindacati e partiti sono stati coinvolti per ratificare un progetto pensato e articolato nel palazzo del governo. È emerso, in tutta la sua pericolosità, il decisionismo all’italiana del potere esecutivo. È riapparsa nel lessico dei commentatori l’espressione «Costituzione materiale», che faceva inorridire il vigile e feroce Giuseppe Davanzo, Silvio imperante, e oggi trova la tiepidità di molti intellettuali giornalisti. I quali, come il mago del vento Torben Grael su Luna Rossa, tentano di capire la direzione della corrente. Nel loro club c’è chi, con palese imbarazzo, ha rimembrato l’impegno civile del compianto Antonio Tabucchi.

Per chiarire il quadro in cui s’inserisce la riforma del lavoro, sfatiamo alcune menzogne.

Primo, l’Europa non ci sta chiedendo di cassare in toto l’articolo 18. Nella «Commision note» «A proposal for a “single” open-ended contract», l’Ue è propensa all’indennizzo, ma per i nuovi contratti. I nuovi. Va sottolineato che essa non esclude affatto il reintegro del dipendente licenziato per motivi economici. Bisogna sapere, dunque, che la scelta del governo Monti differisce dall’indirizzo europeo. E di molto.

Secondo, non è vero – eppure qualcuno l’ha scritto – che l’intervento delle Parti sociali è mera prassi “politica” nell’ordinamento, poiché la legge 223/90 ne impone la convocazione nelle procedure di mobilità. La riforma Fornero esclude questa «tutela reale».

Terzo, i dati sulle cause per licenziamento sono, oltre che di complessa consultazione, non immediatamente reperibili né completi. Ed è pretestuoso continuare a esibirli: sia che si concordi con la ministra, sia che da lei si dissenta. Il dato in sé dice nulla, se non letto entro la situazione attuale. In ogni caso, è falso che sia proprio trascurabile. Io dubito delle statistiche di un pezzo del 2 febbraio scorso, apparso su Il Sole 24 Ore a firma di Nicoletta Picchio e Claudio Tucci. Le perplessità sorgono dal riassunto dei procedimenti civili per «estinzione del rapporto» (anno 2006, di che parliamo?): sarebbero stati 8.651, solo l’11% delle controversie totali sul lavoro; pari, è precisato, a 74.838. Non che i loro numeri siano alterati, ma non s’intuisce se il valore complessivo sia dei giudizi pendenti. Quali le loro sedi, poi, non è dato conoscere. Sulla fattispecie, sicuramente Pietro Ichino, senatore del Pd, non sbaglia – in ambito tecnico – quando si sofferma sui lunghi tempi di definizione dei giudizi e sulla comparazione quantitativa tra le categorie delle cause avviate.

C’è un aspetto, però, che a forza di cifre e tabelle rimane colpevolmente in secondo piano. Mi riferisco a quello ideologico. L’economista Guido Viale non deve stupirsi, su il manifesto, se Ferruccio De Bortoli, direttore del Corriere della Sera, stima come «visione novecentesca, ideologica e da lotta di classe» l’opinione di chi, come Viale, intravede «il rischio che le imprese usino la riforma dell’articolo 18 per liberarsi anche dei lavoratori scomodi». Forse l’età del dialogo virtuale e dell’accelerazione dell’esistenza ha offuscato l’immagine del potere economico, il cui linguaggio è sempre bilanciato; fine e composta la sua estetica.

Ha dunque ragione il filosofo Michele Ciliberto, che su L’Unità ha puntualizzato nei giorni scorsi: «L’ideologia di Monti e di Fornero (…). Un’ideologia assai potente, presentata come un elemento oggettivo tecnico, ma imperniata su due elementi di fondo: il primato del mercato, che deve essere lasciato libero di muoversi in modo spontaneo (…); il rifiuto del principio della mediazione, da cui discende quello della “concertazione”».

In ultimo, questa riforma del lavoro è ideologia, come tutto il capitalismo (di cui Monti e Fernero sono figli e padri), spacciato per unica e sola essenza del Reale. E mi fa male che l’attenzione di tutti sia nulla rispetto ai 676.000 lavoratori a progetto (studio Isfol): gli autonomi che in media prendono 9.855 euro all’anno e il cui 70% è tenuto a garantire la propria presenza in ufficio – il 71% usa i mezzi dell’azienda.

C’è un libro, appena uscito, di Federico Fubini. S’intitola Noi siamo la rivoluzione. Racconta pure il caso di Catanzaro, la Bangalore italiana, riempita di call center dove si sfruttano ragazzi disposti a guadagnare meno di cinque euro all’ora. Al lordo. Lo Stato lo permette; magari è una soluzione nelle aree, come la Calabria, ad alto tasso di mafia (‘ndrangheta).

A me pare che ci sia troppa ipocrisia dilagante. Che ci siano troppi interessi e gabbie per uscire dalla crisi. A me sembra che pochi vogliano battersi per un altro modello di società. In cui, finalmente, non si cresca più ma si de-cresca. L’industrializzazione è stata un fallimento. E hanno fallito tutti i suoi artefici e complici. La riforma del lavoro deve prevedere la fine del precariato e fornire gli strumenti per rallentare, per vivere, per essere veramente liberi. Il che, non illudiamoci, non è nello spirito e nelle intenzioni del potere. Politico, mediatico, culturale e religioso.

Emiliano Morrone, pubblicato su L’Infiltrato

Ecco perché i tecnici dell’economia governano gli Stati

La politica è prospettiva, intuizione, profondità. È composizione dei conflitti sociali, equilibramento delle forze interne o estranee ad uno Stato. Essa importa la capacità di mediare tra istanze differenti, di superare tensioni, sfiducia e drammi procurati da scollamenti, rotture, leggi irresponsabili. Dall’ignoranza e dal silenzio.

di Emiliano Morrone

La politica si fonda sulla comprensione delle necessità immediate e sul progetto del futuro per l’interesse collettivo. Chi governa, chi legifera, chi vigila per mandato popolare deve rispondere ai bisogni impellenti; deve prevedere come sarà il domani, date le condizioni dell’oggi. Deve intervenire sul «corso sinuoso delle cose», su cui insisteva il filosofo Alfonso Maurizio Iacono, definendo la complessità del sistema-ordine contemporaneo.

L’economia non è scienza. E, anche se lo fosse, non potrebbe vantare uno statuto superiore alla politica, che adesso sovrasta. Oggi, si ripete, c’è la crisi: una crisi finanziaria, economica e politica che pagano solo i comuni cittadini, i deboli, i poveri. Quell’enorme fetta dipopolazione sempre più esclusa e lontana dai processi decisionali, tradita da un potere che si assume legittimo, gabbata dalla speculazionedelle banche, delle lobby finanziarie, del capitalismo; nell’essenza del quale risiedono – come ha rilevato il pensatore Slavoj Žižek, analizzandone gli sviluppi ideologici – le ragioni della caduta mondiale e il pericolo di un liberismo recrudescente.

Come disciplina, l’economia è stata strumentalmente agganciata a un nuovo scientismo: epistemologia insindacabile e istituzione per la cura degli individui e della salute pubblica. Questo «nuovo scientismo» ha sostanza tecnocratica e si fonda sul presupposto che ogni questione politica debba sottoporsi al vaglio, discriminante, della conoscenza scientifica ufficiale. Lo abbiamo visto in vari dibattiti sul referendum nucleare, nei quali alcuni politici hanno richiamato a proprio favore studi circa la pericolosità o sicurezza della produzione, prescindendo da modelli e orizzonti di sviluppo.

Sulla linea di questo ragionamento, non corre differenza fra l’autorità della Food and Drug Administration (FDA), che ammette o respinge le specialità medicinali, e quella degli economisti in postazioni di comando. Entrambe derivano dalla mera persuasione delle masse; poi da atti formali o discrezionali dell’organizzazione pubblica, del potere statale. La libertà teorica della democrazia è perciò sospesa, come altrimenti ha osservato il giornalista Piero Sansonetti in un robusto editoriale. È confinata; al massimo concessa in piccole dosi.

L’immagine della FDA è quella di organo della scienza esatta. Nonostante la prossimità con potentati economici e finanziari che hanno “comprato” gli istituti di ricerca. Non si può dimenticare che, in Italia e altrove, i ministeri dell’Economia sono da tempo nelle mani di «tecnici»: di addetti ai lavori a cui, con la propaganda mediatica o con il sigillo di Stato, è stato conferito uno speciale crisma di verità. A Giulio Tremonti l’hanno dato i quotidiani e le tv del Cavaliere, prima – riporto deduzioni del giornalista Giuseppe D’Avanzo – di frenarne intemperanze e ambizioni. Mario Monti, invece, l’ha ricevuto dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, che l’ha nominato senatore a vita. Che ambedue appartengano al gruppo Bilderberg non è un fatto del caso e nemmeno troppo clamoroso se, scacciando la mania del consenso virtuale, si vuole scandagliare nel baratro del presente

L’accelerazione della vita e la corrispondente immediatezza della rete ci inducono spesso a ratificare, divulgare e introiettare resoconti carichi di suggestioni. Le quali non si possono generare se non semplificando: collegando notizie certe e verosimili con proiezioni dietrologiche, frutto di un’antropologia dell’onniscienza alimentata da Internet. Ancora, ci lasciamo condizionare dall’informazione celebre, che per esigenze di cassa non riesce più a indagare: a ricercare le cause di fenomeni, avvenimenti, trasformazioni. Finisce, così, che molti di noi subiscono slogan che assurgono a verità irrefutabili: «SuperMario» (Monti), l’unico in grado di salvare l’Italia dai disastri dello «spread» e dell’interesse sui btp; garante Eugenio Scalfari, illustre giornalista italiano.

Può pure darsi, col dubbio dell’idiozia di una tale classifica, che il curriculum dell’economista Monti sia in Italia il più brillante della categoria. Ma è fallacia derivarne doti di statista (politico). La politica è altro dall’economia; la quale, banalmente, ha procurato l’attuale stato delle cose.

L’economia, ferme certe condizioni, è uno strumento della politica. Ma il loro rapporto è invertito. John Maynard Keynes, che di certo non faceva avanspettacolo, scrisse sull’autoreferenzialità del mercato azionistico, paragonandolo a una gara di bellezza femminile:

«Non si tratta di scegliere quelli [i volti] che, giudicati obiettivamente, sono realmente i più graziosi, e nemmeno quelli che una genuina opinione media ritenga i più graziosi. Abbiamo raggiunto il terzo grado, nel quale la nostra intelligenza è rivolta a indovinare come l’opinione media immagina che sia fatta l’opinione medesima».

Ciò significa che i piani di salvataggio dal tracollo finanziario si basano su meccanismi ipotetici; secondo Žižek, altro incompetente di avanspettacolo, «economicamente» sbagliati.

Sempre Žižek suggerisce:

«Quando siamo pietrificati da eventi come il piano di salvataggio, (…) invece di uno sfogo impotente, dovremmo controllare la nostra furia e trasformarla in una fredda determinazione a pensare, a riflettere in modo radicale e chiedere che genere di società è quella che ci rende possibile un ricatto di questo tipo».

Parliamo del ricatto delle tasse, della progressiva mutilazione delle garanzie per i lavoratori, dei prelievi forzosi tramite Equitalia, della riforma delle pensioni. Il governo e i partiti allineati argomentano i provvedimenti con l’emergenza e gli standard europei. Il sacrificio degli italiani viene bilanciato, per rafforzarne l’asserita inevitabilità, con un’apparente austerity a palazzo. Così, «la maggioranza dai belvedere delle torri» dimostra che «ciascuno fa la sua parte». Compresi i privilegiati. Nella precarietà assoluta, c’è bisogno di credere, ed è proprio su questo bisogno che poggia l’inganno in atto. Basti rammentare la ridicola tassazione dei beni di lusso operata dall’«esecutivo dei tecnici»: chi possiede 4,6 miliardi di euro risparmia almeno 15 milioni, rispetto all’applicazione di una patrimoniale del 5 per mille.

Nel volume Contagio (Rizzoli), l’economista Loretta Napoleoni, racconta le sequenze della crisi e le reazioni di piazza, fornendo un quadro delle cause e di come il popolo, privato della sovranità, si stia muovendo anche oltre la rete. Nelle sue conferenze, Napoleoni ribadisce che il triste epilogo della «finanza derivata» e delle disparità nella «zona euro» era atteso da parecchio dagli attori politici ed economici. Lo sapevano bene.

Nelle sue analisi, l’esperta pone l’accento su quella, che in termini popperiani, possiamo definire falsificazione dei paradigmi e delle strutture della democrazia occidentale, ormai inadatti ad affrontare i cambiamenti sopraggiunti su scala globaleA giudizio di Napoleoni, Monti ha soltanto tamponato con un cerotto la ferita dell’Italia: «con soluzioni finanziarie, non economiche». Secondo Napoleoni, mancano un piano industriale e misure concrete per la ripresa dell’economia. Inoltre, è sicura, in due anni l’Italia uscirà dalla moneta unica; per cui servirebbe undefault controllato e, sull’esperienza dell’Argentina, varrebbe rinegoziare – riducendoli a meno della metà – i debiti (virtuali) con i privati.

Ammonisce Žižek:

«Coloro che predicano la necessità di un ritorno dalla speculazione finanziaria all’“economia reale” della produzione di beni per soddisfare i bisogni reali della gente, non colgono il vero nodo del capitalismo: il processo di autoproduzione e auto-alimentazione della circolazione finanziaria è la sola dimensione del Reale, in contrasto con la realtà della produzione».

Il filosofo sloveno traduce la circolarità del capitalismo: da un lato gli appelli all’«economia reale», dall’altro l’assioma per cui «la circolazione finanziaria è la linfa delle nostre economie».

Il punto, allora, è politico. E riguarda le scelte, pur nella difficoltà del momento, che noi vorremo compiere. Se entrare nel merito, per costruire l’umana alternativa alla ferocia del capitalismo, o se cedere alla paura del ricatto. Lasciando giocare quei tecnici della nostra crisi.

pubblicato su L’INFILTRATO

Tutto il mio amore: come uscire dalla crisi, dal capitalismo, dal cancro delle mafie

Melania_Fiore

Il futuro si mostra come un buco nero che farà sparire risorse ed uomini. Il risucchio è già iniziato. Noi lo sappiamo con un’approssimazione e vaghezza che ci mantengono titubanti, indifferenti, fermi alla routine giornaliera. Il problema del domani, rinviato, eluso eppure reale, non è considerato nella sua effettiva estensione e portata. Il futuro, come ha osservato lo scrittore Alessandro Baricco, è addirittura cassato dall’immaginazione, priva di fiducia progettuale.

Gli anni a venire ci trascineranno, come in una spirale vorticosa, verso l’imperio del cancro e delle mafie. È il messaggio del monologo Tutto il mio amore, scritto e interpretato da Melania Fiore, nei giorni scorsi al teatro Stanze segrete di Roma. L’opera, carica di tensione civile e profonda, reagisce alle approssimazioni e al pensiero unico dell’età dei consumi, della paura, della schiavitù del mercato. Dell’«Essere senza tempo» tematizzato dal filosofo Diego Fusaro.

Ne parlo per due ragioni. Tutto il mio amore è uno spettacolo di rara intensità e potenza espressiva, che pone l’accento sulla sparizione della società calabrese; intesa come fuga dal (controllo criminale del) territorio, emigrazione obbligata, perdita – per familismo o subordinazione – della responsabilità etica e politica dei residenti, cui corrispondono le volgari semplificazioni e caricature del leghismo. La seconda ragione è che Tutto il mio amore rappresenta, come i libri di vera denuncia, uno strumento straordinario per smuovere la coscienza e l’intelligenza collettive, per suscitare la passione della conoscenza, il coraggio della consapevolezza, l’intervento culturale e politico dal basso.

Rispetto alla criminalità organizzata, l’attenzione pubblica è provocata dagli effetti speciali: l’immagine, che ha stupito pure cinesi e panamensi, della blindata del boss Carmine Arena squarciata dal bazooka, o del sangue sparso dalla ‘ndrangheta davanti al ristorante Da Bruno a Duisburg (Germania). Siamo abituati a guardare al dettaglio, alla curiosità, al singolo fatto quotidiano che conferma il disfacimento del sistema democratico, economico, morale. Ci manca, però, una visione d’insieme.

Melania Fiore, con una storia di paese, Panettieri (Cosenza), borgo rurale che evoca ancora la Calabria del Grand Tour, affronta il dramma dello spopolamento, di fatto procurato dalla ‘ndrangheta. La narrazione e i registri interpretativi procedono dal comico al tragico, secondo un piano che immette lo spettatore nel contesto calabrese; caratterizzato da semplicità di vita e ricchezza di affetti, care all’antropologo George Gissing, che convivono con la ferita degli adii, dell’abbandono della terra, indagata dall’etnopsichiatra Salvatore Inglese. A Panettieri, metafora di una regione, il lutto ereditato dalle partenze del Novecento s’ispessisce con le nuove emigrazioni. Lì non c’è occupazione, non ci sono prospettive, ‘ndrangheta e politica gestiscono il mercato del lavoro, stabiliscono come spendere le risorse pubbliche, lucrano sui rifiuti tossici e mantengono il potere prospettando assunzioni in attività che distruggono la bellezza dei luoghi.

L’autrice mette in gioco parte della sua storia personale. Nello spettacolo è Carla, una ragazza che s’iscrive all’Università di Roma e ritorna per le vacanze. Panettieri le appare come «il paese delle fate» perché, lontano dalla follia metropolitana, ha preservato la poesia e l’incanto dei suoi boschi, della sua gente. Ma Bruno, il fidanzato, rimasto a studiare a Cosenza e attivo in un circolo culturale, ha un’altra coscienza dello stato delle cose: sa come e quanto influisca la ‘ndrangheta sul futuro della Calabria. I due litigano, poi Carla si documenta, legge Le navi dei veleni, di Massimo Clausi e Roberto Grandinetti, e La società sparente, del sottoscritto e di Francesco Saverio Alessio. Bruno s’ammala di tumore alla tiroide. L’Università della Calabria ha diffuso uno studio per cui in provincia di Cosenza i decessi da cancro sono molti di più che nel resto della Calabria. L’inquinamento ambientale è spaventoso: da Amantea, dove si arenò la nave Jolly Rosso, a Cetraro, dove il pentito Francesco Fonti disse d’aver affondato la Cunski. Scorie disperse nel mare, riversate nei fiumi, infossate ovunque o camuffate nell’altopiano della Sila. Bruno muore e Carla reagisce con la parola, come Salvatore Borsellino dopo la morte del fratello, il giudice Paolo.

 

Tutto il mio amore mi permette di aprire una finestra sul dibattito economico degli ultimi mesi, in cui né i tecnici della finanza né i loro critici più avveduti si soffermano sulle conseguenze di un capitalismo irrazionale prima che spudoratamente bugiardo. Si tratta di capire se può darsi un modello alternativo o se, come fosse un dogma, si deve discutere solo intorno ai numeri della finanza (capitalistica).

Le costituzioni, nel senso di garanzia di cui scrive il politologo Giovanni Sartori, hanno fissato princìpi e diritti ai quali gli ordinamenti occidentali hanno dato tutele e corrispettivi. L’odierna civiltà si fonda, sul piano teorico, su un corredo di norme e regole che ordinano la società della «crescita». La globalizzazione preconizzava l’epilogo della prosperità economica, leva del progressismo, responsabile – ha sintetizzato con efficacia l’economista Serge Latouche – del mito della libertà come funzione dello sviluppo.

La maggioranza degli economisti affronta il discorso sul futuro riferendosi a indicatori che prescindono totalmente dalla realtà. L’imperativo – a volte ipotetico, altre categorico – è che «si deve produrre».

Si deve produrre per uscire dalla crisi, per sopravvivere ai sismi delle borse, per vincere la battaglia della «competitività», che il capitalismo ha imposto sottraendo a disciplina la sfida tra gli attori privati. Si deve produrre per superare la precarietà nel lavoro, l’incertezza dell’esistenza e la frustrazione provocata dal presente; cangiante, liquido, ingovernabile.

Se vale il responso degli economisti, che cosa, come e quanto si debba produrre è questione da rinviare al libero arbitrio, ai calcoli delle multinazionali o alle obiezioni di voci confinate? È certo che un’impennata del Pil e uno sfruttamento smisurato dell’ambiente e delle vite umane siano risolutivi? Davvero la politica deve solo deliberare – e senza alternativa, data la congiuntura – sull’ubicazione di ipermercati, discariche, inceneritori, «Europaradisi» e cattedrali nel deserto? Possibile che l’essere umano, nell’era dell’informatica, dell’automazione e della fibra ottica, debba campare a stento in luoghi insalubri e orrendi, distruggendosi o ammalandosi per la necessità di produzione, ormai un comandamento del Decalogo? Le logiche e le dinamiche del capitalismo rendono la società più moderna, più attiva, più democratica, più libera?

L’ultima domanda è retorica: nessuno ha più il tempo di conoscere, approfondire, meditare, incidere nella storia. L’accesso alla conoscenza e alle professioni è stato sbarrato, appannaggio dei ricchi; la cultura sepolta o banalizzata: non c’è più la scuola, la musica, il teatro, il cinema, la letteratura, l’arte. E questo è pacificamente accettato, in spregio alla memoria e alla dignità della «Repubblica», molto celebrata nei moniti del presidente Giorgio Napolitano.

Nessuna vera salvaguardia dell’Italia – il «Paese delle fate», stando al senso di Tutto il mio amore – è stata approntata ai vari livelli. L’industria alimentare ha potuto naturalizzare il ricorso alla chimica e alla genetica. Le “CentoVetrine” hanno invaso le città, diventando istituzioni del risparmio familiare e luoghi per guadagnare frazioni di ora e ammazzare la noia. La crisi delle strutture sociali, iscritta nel modello capitalistico, è stata elusa per via commerciale. La vita, nelle relazioni e negli affetti, è stata ridotta a mera contrattazione di apparenze; come le compravendite alla remota «esposizione delle merci», descritte in L’angelo e la marionetta, di Giorgio Concato. Il mercato, in sintesi, è stato strutturato tipo bazar internazionale, dove gli acquisti, secondo una perversa menzogna, assicurano il riscatto dell’individuo e il vigore dell’economia. Così, le tipicità delle regioni, le microstorie e «gli eventi della non storia» – l’espressione è di Noam Chomsky – vengono soppiantati da una modernità onnipervasiva che cancella l’identità dei popoli: di lingua, usanze, costumi, tradizioni, credenze, abitudini, comportamenti.

Bisogna rimarcare un aspetto ovvio della questione sul futuro, che rischia di passare sotto traccia. Il futuro è nelle mani di ciascuno: non soggiace a malcelate ideologie dominanti o a verità fittizie costruite dai media. Anzi, proprio quando il congegno della falsità si rivela più consolidato, accade che s’inneschino processi di cambiamento estremamente rapidi e dirompenti. Con tutta la prudenza e i distinguo necessari, ciò è avvenuto a proposito della «Primavera araba»; se si toglie il caso della cosiddetta «rivoluzione» in Libia, sospinta e finanziata dai nemici dell’indipendenza del Sud economico.

È fondamentale, allora, connettere le singole conoscenze, tornare alla cultura, alla produzione culturale e alla cultura dell’impegno. È essenziale capire che cosa sta davvero accadendo, per non sparire nell’angoscia e nella ripetitività di un quotidiano grigio e vuoto, come quello di Finale di partita di Samuel Beckett, ripreso da Melania Fiore all’inizio di Tutto il mio amore.

Adesso stiamo seduti su una sedia scassata, ci ricorda l’Autrice con grande potenza di verità. Di fronte c’è il muro dell’incomunicabilità, oltre il quale sta il terrore di vivere o il significato dell’esistenza: siamo per costruire un futuro migliore, più giusto, più umano.

Rivive, dentro e fuori l’opera teatrale, la lezione di Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Peppino Impastato. Ma anche quella di Giorgio Gaber, e della stessa Fiore.

Emiliano Morrone

pubblicato su L’Infiltrato

La provincia non raccontata

 

Con la morte cessano le distanze tra vivi. Inimicizie, odio e ostilità perdono senso e ragioni. La morte è la pena più grave per chi resta. Lacrime, debolezza, vuoto, impotenza.

La morte è un fatto naturale, è dentro il corso della vita umana. Naturale come il parto, il pianto del nato che ha fame, freddo, mal di pancia, o scorge perplesso le moine dell’adulto.

La morte è naturale come il dolor di denti: che cadono al bimbo, che spuntano dopo. Come la comparsa del ciclo femminile e come l’adolescente che cerca la mamma; pur nella vergogna di un errore, anche nel timore di crescere. Naturale come i pochi e bianchi capelli dell’anziano, il rifugiarsi nel passato o i suoi capricci da ritorno all’infanzia. Naturale come l’amore ed il sesso, il sonno e la sete, mangiare o respirare.

La morte è naturale come la pioggia con le nuvole grigie; come il terremoto, l’uragano, l’arcobaleno. Come la paura e la gioia, la rabbia e la calma. Ma qualsiasi tempo, popolo o pensiero si richiami, la morte diventa innaturale e perfino immorale quando colpisce ragazzi, come avvenuto a San Giovanni in Fiore, a Natale. Quando la procura una fatalità; chiamiamola sfortuna, coincidenza o destino. Quando, in un attimo, essa spezza sogni e speranze di giovani, ne punisce la bellezza e la forza, toglie ai genitori il diritto di amare, educare, scambiare affetto, attenzioni, tenerezza.

Con tutta la logica di questo mondo, con tutta la fede possibile, questa morte, senza malattia, vecchiaia o i rischi del picciotto, è umanamente ingiusta: fuori di un disegno divino, di ogni carma del singolo. E lo è ancora di più a Natale, il giorno dell’arrivo di Gesù, che non immagino come dio sardonico e di parte: munifico a Lourdes e cieco ad Auschwitz, a L’Aquila.

Frank, Robert, Domenico, Samuel ed Emanuela erano amici, quasi coetanei. Avevano tra i 22 e i 15 anni. Si erano dati appuntamento dopo il cenone di Natale. L’ennesimo incontro per vivere la pienezza della loro età, se non fosse arrivata la tragedia, lo schianto in auto sulla statale 107, una strada sbagliata. In una provincia del Sud che arretra ed avanza come  il “mio” bresciano; dove Arthur, Matteo, Andrea e Vladimiro mi chiamano a parlare di Calabria: ricchezza, emigrazione, affarismo mafioso. Dove l’ultima generazione usa gli stessi cellulari e codici linguistici di noi giovani meridionali, che forse rispondiamo con maggiore tensione e inventiva al precariato globale di oggi.

Questi ragazzi di San Giovanni in Fiore avevano una passione sconosciuta per la musica. Sconosciuta perché, come spesso succede nel Mezzogiorno, non era stata colta e raccontata fino in fondo, rimasta interna al circuito degli studenti locali. Frank e Robert cantavano in hip hop il disagio e la ricerca di senso dei giovani calabresi, per i quali l’alternativa al rientro serale è la notte violenta fra alcol e canne. Questo dice il loro brano in dialetto “Vulu le secie” (“Volano le sedie”); il quale, precisa il testo, “è solo una metafora” della coscienza turbata delle cose: più che dalla chimica, dal sistema. Che opprime, omologa, reprime, subordina.

Certo, al Nord non è diverso il rapporto dei ventenni col presente e col futuro, né tenue la quotidiana instabilità dell’esistenza. Ma lì ci sono altre opportunità, malgrado la crisi. E non è così profonda la ferita sociale dell’emigrazione, della “valigia”, ricordata in “Vulu le secie”; il cui video su YouTube ha passato le 10mila visite solo con la notizia dell’assurdo epilogo.

Di fronte a questi fatti, si resta interdetti. Provo rabbia; mista, non so perché, all’orgoglio d’essere calabrese. L’imprevedibile rivela la fragilità dell’uomo e dissolve il delirio di onnipotenza della scienza, della tecnica, della modernità. Della politica, dell’economia, della finanza.

Al tempo stesso, però, l’imprevedibile, come il terremoto in Abruzzo, restituisce agli uomini l’umanità sottratta dalla frenesia, dalla competizione, dall’illusione mediatica.

L’imprevedibile rimuove le barriere più ostinate di una società. Quella di San Giovanni in Fiore si è stretta attorno a parenti ed amici dei cinque ragazzi andati. L’amministrazione comunale ha proclamato il lutto cittadino e curato la diretta web della serata di preghiera, dei funerali nell’Abbazia florense. Il presidente della Provincia di Cosenza ha disposto il pagamento delle esequie da parte dell’ente. Migliaia di persone hanno partecipato al cordoglio con messaggi, su Internet, fuori e dentro la Chiesa. Giovani e giornalisti hanno preparato di corsa uno stampato per la memoria. E da altre regioni d’Italia c’è stata attenzione, commozione, vicinanza.

Adesso, però, questi sentimenti devono mantenersi soprattutto verso le mamme. E non sciuparsi col tempo, che sempre ci riporta al gioco delle parti.

Emiliano Morrone

Oggi i funerali dei cinque ragazzi calabresi morti a Natale

Frank e Robert Laurenzano, Domenico Noce, Samuel Crivaro, Emanuela Palmieri. Frank, il più grande, aveva 22 anni, ed Emanuela, la più piccola, soltanto 15. I cinque ragazzi calabresi sono morti a Natale, sulla statale 107 Paola-Crotone. Erano partiti da San Giovanni in Fiore (Cosenza) a bordo di una Wolkswagen Lupo; bianca come l’adolescenza, un libro tutto da scrivere. Cena in famiglia, passata la mezzanotte viaggiavano verso Crotone. Avrebbero festeggiato il Natale chissà dove. Magari per le vie di Caccuri (Crotone), che offrono paesaggi lunari a sud di San Giovanni in Fiore. Comuni difficili dove la fantasia conta molto; luoghi che danno più sensi alle cose e inducono poesia, sogno, evasione. Angoli e vite raccontati soltanto fra amici: musica, parole, storie di una regione che non fa storia, cancellata dalle ferrovie e ai margini della stampa nazionale, in cerca di orrori di cosche.

La notte di Natale i cinque ragazzi potevano andare anche al “Columbus”, un pub di Crotone con musica dal vivo: jazz, pop, novità. O semplicemente in qualche spiaggia dello Ionio; ancora primitivo, come nei diari di George Gissing. E invece sono finiti contro il guardrail, sul lato opposto della strada. Aria da lupi, temperata dai tradizionali falò natalizi, “’e focere”. La loro macchina ha sbandato a poco più di un chilometro dal cimitero di San Giovanni in Fiore. Pioveva, era buio, l’una e venti circa. Poi lo schianto con un suv, in corsa da Crotone. Nessuno scampo. Colpo terribile, «sopra una strada che sembra disegnata a caso», dice Andrea, trentenne veneto, guardandola su Google Maps. Curve assurde, pendenze sbagliate, asfalto forse scivoloso.

Sulla stessa strada, la morte incontrò Angela, ventenne di San Giovanni in Fiore. Occhi neri e un mondo davanti. Altro incidente agghiacciante, insieme ad amici. Tante, troppe le vittime della 107. Tra ricordi, fiori ai lati, muti, e il pericolo nascosto, fisso al suo posto.

A San Giovanni in Fiore, 1100 metri d’altitudine, 18mila residenti e 10mila abitanti, l’inverno è carico, lungo, interminabile. Non solo una stagione: c’è un popolo di disoccupati ed emigrati, la politica che sfrutta il bisogno, la paura, l’abitudine. Qui, se non vuoi la routine della notte, puoi traversare l’altopiano della Sila, dove nevica tanto, e arrivare a Cosenza. L’alternativa è Crotone, oltre la piana del Neto, fiume mitologico evocato in un brano hip hop di Frank e Robert, intitolato “Vulu le secie” (“Volano le sedie”). I due, figli di emigrati in Francia, avevano una band, “Black Silva”. Nei loro pezzi denunciavano la monotonia della provincia di provincia. Avevano testa, ritmo, talento. Parlavano alla generazione dei social, delle utopie mobili, del Grande Fratello e dell’iPhone; uguale a Capriolo (Brescia) come a Simeri Crichi (Catanzaro). Non avevano l’insolenza di un Fabri Fibra, che contiene il divismo di oggi, né il mio moralismo soffocante.

Frank e Robert usavano metafore di significato, in un dialetto stretto come i vicoli e gli orizzonti di questa parte d’Italia. Ma il loro fine non era il campanile, la secessione culturale e politica. Raccontando il disagio giovanile del Sud più ignorato, esprimevano forte anche quello dei loro coetanei veneti, lombardi, piemontesi o friulani; carico di incertezze, incomunicabilità e ricerca di riferimenti.

Stamani i funerali di tutti e cinque i ragazzi, alle 11, nell’Abbazia florense di San Giovanni in Fiore. Li celebra il vescovo di Cosenza, Salvatore Nunnari. La città è commossa, coesa, «colpita al cuore», ha scritto su Facebook Francesco Foglia, giovane redattore del periodico locale “Il Quindicinale”. Migliaia di persone hanno seguito in rete la veglia di preghiera di ieri sera, nell’abbazia.

La morte di questi cinque giovani porta al passo di “Marinella”, di De Andrè: «e come tutte le più belle cose vivesti solo un giorno come le rose». Ma c’è una memoria che va oltre la cronaca, e resta. Nei segni, sempre pubblici.

Emiliano Morrone

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Luigi delle Bicocche, l’eroe della “crescita” politica

di Emiliano Morrone

Luigi delle Bicocche è l’eroe di Caparezza che sfama la famiglia e la protegge dai cravattari. In affitto, vive con moglie e bambini nell’angustia d’un minilocale. Potesse vedere questo buco d’alloggio, si rivolterebbe l’architetto Le Corbusier, che teorizzò l’unità di abitazione ai tempi della «macchina industriale». La stessa «macchina» che nel brano Michel, del cantautore Claudio Lolli, divide storie e memorie comuni col suo «far pressione».

Luigi non ha mai visto Il tetto, film scritto da Cesare Zavattini, ma sa quanto conta una casa propria. I suoi colleghi sono avvelenati per il ritorno dell’Ici. I loro ragazzi non andranno all’università. Colpa delle tasse su abitazione, benzina, pasta, corrente, gas, vestiti. I costi degli studi aumentano nell’indifferenza: stanze, bus, treni, rette, libri, servizi. Senza borse per i meritevoli; tagliate per efficienza, secondo l’ex ministro, nel quadro d’una riforma venduta come moderna.

Luigi ha imparato a resistere alle lotterie, alle scommesse sportive, ai videopoker della ‘ndrangheta e all’alcol, che porta il marchio dello Stato. Non guarda le veline ammiccanti in tv, non ha l’età e gli abbuoni del boia Priebke. Non sniffa coca, la droga che importano i “calabresi”, pronti a sciogliere nell’acido chi rivela i loro piani e delitti. Soprattutto, Luigi rischia la morte o il licenziamento, oggi sinonimi. «Bicocche» significa «roccaforti», e questo padre di famiglia combatte per la pensione, non cede. Ogni giorno, vince il senso d’impotenza indotto dal sistema consumistico, causa prima della speculazione bancaria.

Il matrimonio fra capitalismo e logge della finanza ha schiacciato gli uomini e compresso l’umanità, reprimendo moti individuali e collettivi di liberazione, di utopie. Ma l’eroe di Caparezza regge. Faceva il muratore, fino all’arresto dell’edile che gli dava 800 euro al mese e pagava sesso e pruriti agl’intoccabili in auto blu.

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Ecco perché Monti non ha voluto la Patrimoniale

Roma, 6 dicembre 2011. Perché il governo Monti non ha previsto la Patrimoniale? In questa inchiesta, conti alla mano, se ne spiegano le ragioni.

Il decreto Monti per salvare l’Italia non prevede la Patrimoniale, cioè la tassa sui grandi patrimoni. Alla vigilia della presentazione, si paventava l’ipotesi di chiedere ai ricchi, vale a dire a quelli che possiedono più di 1 milione di euro, il 5 per mille sul valore dei loro beni.

Così, Berlusconi, che per la rivista Forbes ha oggi un patrimonio di 4,6 miliardi di euro, avrebbe dovuto all’erario 23 milioni.

All’articolo 16, il decreto Monti tassa, invece, solo i beni di lusso. Il nuovo presidente del Consiglio ha dichiarato che sarebbe stato difficile individuare patrimoni e titolari. Con questo argomento, ha motivato l’esclusione della Patrimoniale, di cui Berlusconi, che non l’avrebbe mai votata, ha detto: “Svaluta le case degli italiani”.

Per capire meglio, applicando le norme del decreto Monti – che riguardano automobili, barche, aerei, elicotteri e velivoli leggeri – vediamo quanto un miliardario come il Cavaliere dovrebbe pagare oggi allo Stato.

Se, per assurdo, Berlusconi avesse 1000 Ferrari Fiorano, l’auto più performante della casa di Maranello, dovrebbe allo Stato un’addizionale di 5.720.000 euro. Se, poi, possedesse 10 barche più lunghe di 64 metri, s’aggiungerebbero tasse per 2.560.000 euro. Nel caso in cui fosse proprietario di 10 Falcon EX, jet di 22 tonnellate provvisto di ogni confort, avrebbe un esborso di 1.661.000 euro. Ancora, se avesse una flotta di trenta elicotteri oltre i 10.000 chili, dovrebbe versare 9.966.000 euro di tasse. Con tutti questi beni, che comunque non ha, quanto dovrebbe allo Stato?

Riepilogando: 1000 Ferrari Fiorano, 10 barche sopra i 64 metri, 10 jet Falcon e 30 elicotteri fanno un totale di tasse sui mobili da sogno di 19.907.000 euro.

Il risparmio, rispetto all’applicazione della Patrimoniale al 5 per mille, sarebbe di 3.093.000 euro.

Allora, il decreto Monti salva i ricchi? Cuique suum.

Emiliano Morrone

A volte tornano

Gli ingredienti ci sono tutti, il pasticcio è compiuto. Ancora non sappiamo dell’apertura d’un procedimento penale a carico della Patrizio, la nuova Franzoni di Casatenovo, al Nord. Quante altre ne verranno, mi chiedo, in questa nostra patria di giocatori e perfetti idioti, di amministratori ladri e donne per luci e quattrini, tv e seni modellati, zigomi rialzati, labbra macellabili e storie di triste e volgare mondanità, complici istituzioni, potenti e uomini annullati? Quanti mostri prodotti da un sistema politico e mediatico in cui non c’è più rispetto per la persona? Quanta ignoranza e quale modernità, quale emancipazione, quali basi per il futuro, qui, nel regno dell’orrendo e tragico fittizio, d’una informazione che costruisce a modino – come ha scritto Pippo Marra – identità e dinamiche politiche e sociali, cronache della follia, particolari, eccezioni? Come difenderci?

Bruno Vespa è sicuramente già pronto per uno speciale in prima serata, col solito e illuminante Crepet, qualche bravo leguleio, possibilmente legato al parlamento, un analista del crimine, un prete eloquente, un’associazione di categoria e l’Auditel che registra dati eccezionali da passare al tg. Come lui, i colleghi, a raccogliere pareri sul posto, testimonianze, dettagli; a scavare nel passato della Patrizio, che già si scopre legata all’immagine (di modella), come scrive Grazia Mottola sul Corriere della Sera di oggi, ma solo per «guadagnare e comprare un’altra casa» – secondo l’amica Federica Capone. E poi le foto a Mediaset, ai settimanali, alle agenzie, che ritraggono l’innocente già sospettata o la colpevole d’un crimine inenarrabile in atteggiamento provocatorio, di richiamo, diremmo. Vagamente ricordando, ma assai vagamente, l’Adele di Klimt, se non fosse per lo sguardo, fra la propaganda d’un numero a valore aggiunto e quello che si offre ai primi piani nel talk, durante un un ballo malizioso.

Senza ergerci a giudici nani o nani giudici, proviamo a valerci d’un certo corredo minimo di logica: versioni dei fatti che non tornano, possibilità, pressoché impossibili, d’una presenza invisibile che agisce e impedisce e, su tutto, la vita d’un bimbo, di un essere indifeso e privo d’ogni genere di responsabilità. Potrebbe risultare, insomma – salvo tutto e, soprattutto, il caso che clamorosamente ci sbagliamo, pur non volendo insinuare alcunché -, il giallo scontato della donna che cerca successo con la morte della sua creatura, di sé; l’intrigo semplice della perversione per cui la vita piena segue all’eliminazione, all’annientamento perfino d’una parte dei propri geni, riprodotti attraverso la pratica più antica e problematica che si conosca. Potrebbe essere l’epilogo d’una volontà per la potenza che non ha controllo: non parliamo di quello etico, già sepolto e retrò, ma alludiamo, sommessamente, a quello statale, dell’ordine costituito, come cantava De Andrè.

Al di là del reale, di quello che potrebbe uscire fuori o restare per sempre in ombra, oltre i rilevamenti dei Ris e le congetture degli incaricati, mi pare che ci sia una verità evidente. Mi pare, cioè, che tutto sia, in questa storia, uno spettacolo necessario, un grande gioco dei ruoli consueti e una mostra quotidiana dell’insana avidità collettiva. Mi pare che ci sia guadagno per chiunque si getti in questo affare col gaudio di cavarne un’affermazione o qualcosa per andare avanti qualche giorno. Benché madre affranta, Maria Patrizio non si sottrae, suo malgrado, a questo teatro già classico.

Emiliano Morrone

Crotone, la ‘ndrangheta che i media non vedono

Alla luce del sole. La piana si stende alle porte di Crotone, prima del mare. Lo Ionio distante, parato da campi d’industria in disuso. Spazi indecifrabili. Amianto a vista e veleni sparsi. Bonifiche perdute. Appalti interrotti. Politici doppi. Parole. Proclami. Il corso ormai logico del Sud.

Alla luce del sole. I cui raggi abbagliano il mattino e squarciano la terra. Arsa, arida. Cielo blu folle, come dipinto d’anima in pena. Si respira inquietudine e angoscia, puntando cogli occhi i capannoni d’intorno: roba nuova fatta coi patti territoriali, artigianato, ingrosso, accessori, dobermann in guardia e un ipermercato che offende la ragione. Tanti ne sono nati, da queste parti, e più avanti. La Calabria ne è colma. La gente ci passa i weekend, fra mobili e tecnologia, ipnotizzata di fronte a divani telecomandati, schermi al plasma e lavatrici intelligenti.

Degrado e povertà, abbandono e disperazione, commercio e vetrine, sconti e acquisti a rate, il credito al consumo è favorito, disoccupazione alle stelle, da finanziarie sorte come funghi. In bugigattoli di uffici, si vendono ghiotti piani di finanziamento: tre, quattro, diecimila euro li passano a tutti, pronti da spendere con effetto Prozac. La busta paga è un optional. A volte, gli interessi sforano il 35% e li ricevono figuri che scorazzano alla guida di suv Cayenne, invischiati coi «petilini» e i «rocchitäni», che sparano alla testa risolvendo a pallettoni. Pizzo, droga e spedizioni punitive le loro specialità primarie. Robetta, di cui si vanta Rocco, che ha il fratello Antonio in carcere. Dice che «gli sbirri sono figli di una puttanazza», che non capiscono e se la pigliano coi pezzenti. Quadro solito, e per questo creduto normale.

Il magistrato Nicola Gratteri, titolare di tutte le inchieste a San Luca, il paesino in Aspromonte dei Nirta-Strangio e dei Vottari-Romeo-Pelle, legati alla sparatoria di Duisburg, ha più volte significato che la manovalanza sopravvive con la ’ndrangheta, ma non diventa ricca. Il dramma è che non ha alternativa.

In lontananza, due ciminiere sbuffano pigre, quasi impaurite. Anni fa, a Crotone si produceva zinco e fosforo. Alimentavano l’economia della zona. C’era la Montedison, dove la via delle morte, la statale 106, punta al bivio per la città, già sede della scuola pitagorica. Glorie perdute, sepolte da una storia italiana. In superficie tutta peninsulare. Qui l’epilogo è iniziato con la creazione del polo chimico, dismesso ufficialmente perché fuori mercato, caduta la guerra fredda. Ci incassarono sovvenzioni e aiuti i padroni della finanza, sotto l’egida di Mediobanca: Via dei Filodrammatici, Milano, Enrico Cuccia, potere.

La Kroton della Magna Grecia giace in fondo a questo deserto sconcio d’attività finite; a sinistra per chi va a Catanzaro, capoluogo della Calabria e sede d’una procura incappucciata da forze occulte, che a lungo agiranno nell’ombra. Nel silenzio. Tra gli entusiasmi del calcio e delle feste popolari, tipici d’una regione stordita, accecata, persuasa all’ignavia.

Attraversando la zona di Passovecchio, l’odore del sale si mescola ai sapori d’una sopita rabbia collettiva. Due anni fa, nelle piazze calabresi e su Internet incalzava la protesta contro il ministro della Giustizia, Clemente Mastella. Questi avviò il trasferimento del pubblico ministero Luigi De Magistris da Catanzaro. Il magistrato indagava su collusioni nella giustizia in Basilicata, depuratori calabresi ed élite di stampo massonico, con base a San Marino, che avrebbero rubato miliardi di euro provenienti dall’Ue. Oltre al ministro, furono «avvisati» anche il premier Romano Prodi e il deputato Sandro Gozi, suo segretario quando presiedeva la Commissione europea. Il fatto, diventato pubblico, fece perdere tutte le inchieste a De Magistris, mandato a Napoli e privato della funzione investigativa e d’accusa. Il collega Agostino Cordova fu spostato nella stessa procura, dopo aver preteso gli elenchi nazionali della massoneria importante. Aveva turbato ambienti di vertice, pezzi grossi della politica, degli affari, dello Stato. Emergevano, ai tempi, le tangenti nel sistema italiano dei partiti. Allora, Bettino Craxi riparò in Tunisia. Condannato in via definitiva per corruzione e finanziamento illecito, è proclamato statista con la maiuscola.

C’è un banco della frutta, in mezzo alla piazzola che dà sull’ex Montedison. Il traffico è rallentato da un semaforo, all’uscita per Crotone. Fermarsi è d’obbligo. Carmelo, baffi e denti scuri da fumo, ci campa svendendo ortaggi e mandarini della Valle del Neto. Dolci, d’un agro che sfugge al palato. Di fianco un furgone mezzo scassato. Beige.

Noto, sul parabrezza, una figurina di Tardelli ai mondiali di Spagna. Faccia grintosa. Accanto, l’immagine di san Pio da Pietralcina, con scritto in basso «Ovunque proteggimi». Dallo specchietto retrovisore, pende una coroncina del rosario. Grani di legno, è bella, insolita. Vicina la foto d’un bimbo, tenuto in braccio da una donna e, tipo collage, lo scudetto della nazionale tedesca. Mi faccio un’idea, mentre imbusta una lattuga a un signore che si porta due uova. Un vento leggero quasi mi estranea. Mi parla, Carmelo, e io manco. Rabbia e immaginazione m’hanno allontanato. Un attimo: penso al suo passato, forse all’estero, magari da pizzaiolo. «Eri a Perfidia, l’altra sera. La seguo». Lo dice come a un amico. Mi riprendo e confermo d’aver partecipato alla trasmissione, in onda sull’emittente locale Telespazio. «Mia figlia abita a Lampanaro, e io ho fatto la Germania trent’anni». Lo interpreto come un lamento, l’inizio d’una confidenza. Ha bisogno di sfogarsi. Può essere che dal mio sguardo abbia colto una disponibilità all’ascolto. Perfidia ha trattato dei rifiuti tossici a Crotone: trecentocinquantamila tonnellate con cui hanno costruito case, scuole, piazze, banchine. Loro. Con le loro mani, i loro permessi, la loro coscienza. Poi, ha mostrato famiglie che vivono nel quartiere popolare della figlia di Carmelo, ammassate come i senegalesi nelle palazzine del Nord, florido e diviso. La gente s’è barricata in casa, all’arrivo delle telecamere. Disprezzo per l’altro, forse; per il mondo finto della tv, che non racconta mai abbastanza: l’assassinio di Luca Megna, 37 anni, colpito con la moglie e la figlia di cinque anni; l’uccisione di Giuseppe Cavallo, 27 anni, vittima d’un agguato mentre si trovava in compagnia della moglie, ferita, e della figlioletta; la triste fine di Francesco Capicchiano, l’età di Cristo, freddato mentre camminava. Tre morti in cinque giorni. Uomini di quale onore? – La gloria di Andy Wharol: qualche minuto di popolarità per l’etere; «tre metri sotto terra».

La famiglia Capicchiano, secondo gli investigatori, per alcuni anni rivaleggiava cogli Arena, di Isola Capo Rizzuto, tra le più potenti cosche della ’ndrangheta. Nell’ottobre del 2004, nella cittadina, a due passi da Crotone, fu ucciso il boss Carmine Arena. Un colpo di bazooka gli aprì in due la blindata su cui viaggiava. Un boato pazzesco. Nessuna possibilità d’errore. Chissà che cosa avrà pensato il killer, dopo aver lanciato il razzo al nemico, che forse neppure conosceva? Un lavoro di precisione. Da specialisti. Sangue freddo. Né tremori né aritmie, tentennamenti, scrupoli, catechismo. La guerra è guerra, punto.

Sei colpi di lupara, l’anno prima: li spararono contro il mio giornale, il Crotonese. Forse un avvertimento per Domenico Policastrese, costantemente minacciato per i suoi servizi sulle «armate». Spesso il direttore, Domenico Napolitano, tiene d’apertura «Ucciso», in prima pagina. Aggiunge semplicemente il nome del giustiziato. Una volta Arena, poi Dragone, Comberiati, Bruno, Garofalo, Ierardi e così all’infinito. La stampa vera fatica. Antonio Anastasi, cronista di nera di Il Quotidiano della Calabria, fu bastonato, una sera, dopo il turno al giornale. Nessuno vide.

Carmelo si rincuora: «Mo’ si l’hannu ’i viri’ cu ’a giustizia.» Dice che Lampanaro è una vecchia questione. «Pertusola ci speculava; addimmanna aru procuratore, e bidi chi ti rispunna.» Gli importa che paghino i responsabili, perché non si ripetano assurdità dello stesso genere. Poi, vorrebbe che lo Stato trovasse un’altra sistemazione a quei disgraziati del quartiere, che s’ammalano di tumore. Gina, la figlia, è una ragazza madre. Parlava solo tedesco, quando tornò a Crotone, alle scuole medie. Sua mamma morì per un cancro polmonare. Lavorò diciassette anni in un colorificio bavarese. Non sopportò la chemioterapia, fa capire, toccato, Carmelo. Le diagnosticarono il male poco prima di rientrare in Calabria, dove sembrava che ci fossero buone prospettive occupazionali. Ma il sogno di vivere a casa propria fu stroncato dal lutto; imprevisto, ingiusto, beffardo. La festa si trasformò in tragedia. Seppellirono la signora nel cimitero di Crotone. La famiglia lasciò la Germania, che pure era stata prodiga, generosa, sostituendosi alla Calabria, matrignesca e fatale. Gina, racconta Carmelo, restò incinta a quattordici anni. S’era fidanzata con Mimmo, che aiutava il padre in officina e zitto zitto frequentava picciotti col mito di “Zu” Luigi, detto “U Zirru”. Nel 1974, “Zu” Luigi, capo della famiglia Vrenna-Bonaventura-Corigliano, venne arrestato per aver ordinato l’omicidio di due bambini, figli di Umberto Feudale, “U Petruliaru”; vendicando così l’assassinio del figlio, Calogero Vrenna, da questi investito con la propria auto dopo avergli sparato…

Ecco perché e come sono gioachimita

 È Ferragosto, in qualche calendario, del 2009. Per l’Islam, è un sabato del 1430.

Oggi a Duisburg i ragazzi vanno a scuola, ma vacano in comuni della Bavaria. A Roma, il caldo ravviva le zanzare, che scendono in picchiata come in guerra; per fame. In giro, da ieri parla un silenzio convenzionale. A respirarlo, s’avverte l’illusione d’una tregua. Mentre, sino all’altro giorno, gli operai della Cim stavano sopra la fabbrica, a presidio del lavoro; uguale i colleghi “lombardi” della Innse. Sono le 11,22, secondo il fuso orario nazionale.

I giornali italiani propongono seduzioni estive, legandole alla politica. Su “Le Monde”, ho letto almeno due articoli scientifici, nel numero del 10 agosto, in viaggio per Reggio Calabria. Lucio Dalla è stato intervistato dal Tg1, riguardo all’assenza, stavolta, del classico tormentone estivo. L’”ultimo secondo” ha sostituito l’”ultimo minuto” nelle prenotazioni in rete. Come si vede, non tradisco la lingua italiana. In Francia, si respingono le parole straniere.

Gli agriturismi attirano i vacanzieri quanto i paradisi esotici.

Oggi si consumeranno carni, plastica e alcolici in quantità inconcepibili. Per sentirsi meglio, molti onnivori della ricorrenza lasceranno un obolo alle missioni, ricorderanno di sguincio l’Abruzzo e si vedranno ai magazzini generali. Tra poco. Stanotte rileggevo Foucault, per caso. Sempre per caso, ero sulle pagine dedicate al verso della scrittura. Gli Arabi ce l’hanno da destra verso sinistra. I Greci al contrario. I Cinesi dall’alto in basso. In Messico, l’andamento può essere circolare. Non c’è nulla, nelle diverse abitudini di questo mondo, che non sia legato alla natura, ai fenomeni, al suo dinamismo; forse più remoto dello scoppio primordiale. Eppure, la si vuole riprodurre, alterare, svuotare. La natura. Eliade vi ha scorto, puntuale, le origini e lo sviluppo di miti e religioni. Borges, estendendone il concetto, vi ha basato la sua analisi sul bisogno, umano, dell’eternità.

Sono ancora diviso fra ontologia e trascendenza. Se seguo Heidegger, anche io accado qui, ora. Ma non so che cosa mi aspetta dopo. Allora, quando mi ci troverò, sarò semplicemente di fronte all’evento, passato il quale non potrò più riconoscermi come pensante. Svanirà il “principium individuationis” di Cartesio e ogni teorema formulabile. Se interpreto bene Gurdjieff, cessato esisterò come sostanza, se avrò esercitato il mio spirito. Se torno a Foscolo, posso rivivere nell’”eredità d’affetti”. Paolo di Tarso sosteneva che “la carità non avrà mai fine”. E noi, che siamo – con Shakespeare, forse siciliano – “della stessa materia di cui sono fatti i sogni”?

Il cattolicesimo, che ha seguito la lettera e la lettura paolina, ci invita a credere nell’aldilà, simile all’Iperuranio di Platone. Possibile, mi chiedo al pari di chiunque, che io mi esaurisca in un passaggio, e che questo sia del tutto casuale?

Nei mesi scorsi, non ritengo per combinazione, ho incontrato a Roma uno studioso di teologia, Richard. Mi ha contattato via Internet, leggendo un mio testo su Gioacchino da Fiore, che era un esoterico. La dottrina prevalente ne fa un servo della Chiesa, un agnellino obbediente e, con certa prudenza, un taumaturgo che guarì ciechi e deliranti. C’è una città, in Messico, fondata su uno schema di Gioacchino, contenuto nel volume “Psalterium decem chordarum”. Si tratta di Puebla de los Angeles. È accertata la sua corrispondenza con l’insediamento abitativo fondato dell’abate florense in Calabria, il quale si dipana a partire da “Jure vetere” (“jure” è “diritto”, non è “fiore”). Puebla de los Angeles si trova alla convergenza di due fiumi (le nostre “Junture”) sotto ad un vulcano (San Giovanni in Fiore ha dirimpetto il monte “Jummella”, che deriva dall’ebraico “g[h]immel”, “luogo della scelta”), e ha toponimi identici a diversi posti della Sila. Ricordo, per esempio, “Monte de los Olivos” (noi abbiamo “Montoliveto”), “Boca de Infierno” (che nel nostro altopiano è “Valle dell’Inferno”) e “Calvario” (a San Giovanni in Fiore “U Calvariu”). L’autore dello studio, Silvia Castellanos de García, puntualizza, poi, sono convinto grazie alla sua provenienza neolatina, che Gioacchino profetizzava “il regno di Dio in terra, intrastorico”. Questo aspetto della teologia gioachimita, il più importante, non è ben esplicitato dagli esperti vicini al Vaticano.

“Il regno di Dio in terra, intrastorico” è un cambio radicale di prospettiva, una “rivoluzione copernicana”. Se è dentro la storia, di cui gli uomini sono parte, quantomeno perde vigore l’idea dell’aldilà in quanto dimensione in cui si compierà la giustizia.

È controversa la definizione concreta della Terza Età, l’ultimo pezzo della storia teorizzato da Gioacchino. Vattimo propone, in “Dopo la cristianità”, che sia un tempo di piena “emancipazione”. Lo fa coincidere, spero di non forzare troppo il suo pensiero, con l’indebolimento delle strutture forti, responsabili di dominio, violenza e regolazione. Una società emancipata, quindi spirituale, è tollerante, aperta, paritaria. Dialoga, in una convivenza pacifica.

Richard ha voluto incontrarmi per parlarmi in privato. Mi ha raccontato la sua storia. Giornalista, storico delle religioni formatosi ad Harvard, ha ricevuto una cospicua eredità da sua madre: azioni da gestire con molta responsabilità. Non sapendo nulla in materia, ha preso a informarsi nel modo più irrazionale, per chat. Fino a quando ha incrociato un addetto annoiato dal sistema finanziario, che gli ha suggerito di leggere William Delbert Gann, protagonista, agli inizi del secolo passato, di strepitose giocate in borsa. Il metodo di Gann si fonda sulla legge delle vibrazioni, sugli angoli delle stelle, la Cabalá e altri riferimenti esoterici.

Richard aveva colto, nel mio lavoro modesto, un interesse per le architetture florensi; ancora, però, embrionale. Le costruzioni che risalgono all’ordine monastico di Gioacchino – ma anche la disposizione degli edifici (o luoghi) sacri nell’insediamento silano cruciforme, di cui la tavola XII del “Liber figurarum” è rappresentazione – sono caratterizzate dalla ripetizione di un modulo; diverse loro proporzioni riprendono numeri dell’Apocalisse.

Richard e io ci siamo dunque incontrati al Pantheon, studiandoci a vicenda per venti minuti. Lui, che in rete aveva visto alcune mie uscite contro la massoneria, aveva il timore che potessi nutrire dubbi e pregiudizi nei confronti del mondo esoterico: numeri, simboli, metafore, nomi, ideogrammi, figure. Invece no. Intanto, sapevo la verità sull’origine del ritrovamento della prima chiesa di Gioacchino in Sila (qui il link), di cui è pallido accenno in un numero della rivista “Florensia”, se non ricordo male del 1999; ovviamente spuntati a modo gli episodi più risibili e pericolosi per la reputazione del Centro internazionale di studi gioachimiti – che ha nulla a che fare con San Giovanni in Fiore, poiché diretto dallo storico e religioso Cosimo Damiano Fonseca, membro dell’Ordine del Santo Sepolcro di Gerusalemme, e dagli ordinari Gian Luca Potestà e Roberto Rusconi, entrambi sotto l’egida della Chiesa di Roma. Inoltre, avevo avuto un’esperienza mistica di preveggenza, esattamente il 17 gennaio, giorno del mio compleanno, del 2006. Oggi, alla luce della ricerca compiuta a riguardo, sono propenso a ritenere, in una prospettiva unitaria, che ci sono situazioni e fenomeni non spiegabili con le sole categorie razionali. Può essere che la nostra mente abbia ignote capacità, in atto in determinate circostanze. Può essere che abbiamo una visione meccanica di Dio, prima che personalistica. Ne parlai con padre Giovambattista Urso, che si pronunciò secondo l’insegnamento laicista dei seminari religiosi. Un vero controsenso.

La teologia ufficiale si evolve, spesso, secondo le necessità politiche della Chiesa di potere. Nessuno dei cosiddetti religiosi, di parrocchia o diocesi, sa bene come ci si debba porre davanti al credere. L’atto di fede si risolve, in ultimo, in una pratica della pratica, cui la teologia imposta fornisce le giustificazioni filosofiche; corroborate, di recente, dalle encicliche dogmatiche del papa. Ancora, può essere che ciascuno di noi abbia un carma o, per dirla col vangelo di Tommaso, sia “una parte della luce di Dio” e, in quanto sua creatura, debba solo scoprire come dispiegare la propria potenza interiore. Non per forza con miracoli o prodigi.

Insomma, con questo portato di esperienze e riflessioni, mi sono confrontato con Richard, il quale mi ha consigliato di leggere il libro dei Numeri e la narrazione biblica sull’Arca e l’edificazione del Tempio di Salomone (“Beit HaMikdash”). A lui ho detto della posterità di Gioacchino, la cui opera, non solo intellettuale, arrivò in Messico tramite i francescani spiritualisti, che ne applicarono le istanze di giustizia sociale per mitigare l’assolutismo degli spagnoli ai danni degli autoctoni. Richard mi ha incuriosito illustrando il legame fra l’aspetto esoterico di Gioacchino da Fiore e le “sue” architetture, i cui canoni sono mutuati da una tradizione mistico-sapienziale comune a epoche e religioni differenti.

Per il mio interlocutore, i monumenti florensi dicono molto di più degli scritti dell’Abate e nascondono una legge universale che sovrintende alle cose e agli eventi. Essa ha il principio nella vibrazione, a suo avviso, e ha da vedere con il numero, come pensava Gann, che l’avrebbe scoperta prevedendoci l’andamento della borsa con un piccolo margine d’errore.

Gustavo Adolfo Rol, che asseriva l’esistenza di spiriti intelligenti, scrisse nel 1927 a Parigi: “Ho scoperto una tremenda legge che lega il colore verde, la quinta musicale ed il calore”. La quinta musicale è l’accordo do-sol, che darebbe calore tramite la vibrazione prodotta dalle onde sonore. Il vangelo di Giovanni si apre con il celebre “in principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio, e il Verbo era Dio”. “Verbo” si interpreta di solito come “Logos”, cioè discorso ragionato. Ma “Verbo” è anche “parola”, cioè suono, vibrazione.

Le icone della Cappella Sistina si ispirano a Gioacchino da Fiore, è ormai assodato. Lo stesso ricorso, nelle grandi opere dell’architettura, alla “sezione aurea” e, nelle piramidi d’Egitto, alla “divina proporzione”, ha da fare con l’esattezza del numero, di lontana matrice pitagorica. Questa esattezza del numero si ritroverebbe nella posizione dei corpi celesti e negli elementi naturali.

Prima di questo incontro, la mia posizione epistemologica era a metà tra il falsificazionismo di Popper, che ritiene buona una teoria resistente a controlli scientifici, e un’apertura al mistero della conoscenza; per definizione non sondabile con le leggi della fisica o della chimica, che sono un avvicinamento alla realtà, si spera proporzionale all’evoluzione della specie.

Richard mi ha insegnato – o, meglio, mi ha fatto ripensare – che:

1) esiste una conoscenza profonda – che non è scientifica, e non per questo va squalificata – appartenente al mondo (poiché è facile che certi approdi si siano divulgati nel passato, malgrado non esistesse Internet, come è plausibile che allo stesso risultato siano arrivati uomini provenienti da posti diversi);

2) la conoscenza scientifica attuale è funzionale alle strategie economiche globali;

3) raffrontando la “sapienza” del passato, per esempio in architettura, con quella del presente, c’è uno svantaggio della seconda nei confronti della prima, che ha perduto il rapporto con la natura;

4) quanto riteniamo vero è frutto di una convenzione che abbiamo accettato sic et simpliciter e che non intendiamo in alcun modo riconoscere come tale (ci destabilizzerebbe).

Dal canto mio, a Richard ho significato come l’utopia di Gioacchino da Fiore abbia avuto ripercussioni teoriche e soprattutto storiche. Uno dei primi tentativi di globalizzazione dei diritti fu avviato dai francescani spiritualisti, che organizzavano matrimoni misti fra spagnoli e autoctoni, allo scopo di ridurre sfruttamento e sperequazioni. L’America tutta, ho detto a Richard, porta segni, inequivocabili, dell’opera spirituale e politica di Gioacchino da Fiore. Anche i toponimi di Santa Cruz e Los Angeles rinviano ad analoghi silani, scelti dal mistico calabrese.

Se tutto ciò è avvenuto e provato, noi florensi abbiamo un’eredità che va ben oltre l’orgoglio del folklore e lo stesso desiderio di riscatto sociale della nostra terra. Quanto gli emigrati dicono della loro crescita personale in un contesto altro, in cui hanno vissuto e vivono i problemi e la bellezza della diversità, può essere forse un retaggio d’una spiritualità maturata, magari inconsapevolmente, nel nostro “piccolo villaggio” di Fiore; in cui le case vuote, o in eterna costruzione, nascondono il segreto inenarrabile del passaggio di Gioacchino.

Potrò sembrare fuori di senno e del tempo, ma ogni luogo custodisce significati, pure intraducibili materialmente, che sfuggono alla permanenza, al soggiorno e all’interazione d’abitudine.

Forse abitiamo in una città o in un paese, persuasi che il caso ci abbia affidato una dimora e una posizione. Quando impareremo a convivere con questi spazi animati, più che con i frigoriferi e i pc, può essere che vedremo una logica nella nostra sorte, che magari è una scelta su cui non ci siamo interrogati più di tanto, la risposta a una chiamata. A una vibrazione.

È Ferragosto, in qualche calendario, del 2009. Per l’Islam, è un sabato del 1430.

Emiliano Morrone, Roma, 15 agosto 2009